Black Italians. Ovvero, come sopravvivere in Italia con la pelle nera. Un nuovo laboratorio da GRIOT!

Dal 12 marzo Officina GRIOT propone un nuovo laboratorio a cura di Mauro Valeri


Il preoccupante ritorno del concetto di “razza”, nel senso comune e nel dibattito scientifico, è l’espressione di un neorazzismo che continua a basarsi anche sul diverso colore della pelle, e che genera spesso situazioni di discriminazione e di razzismo. Tutto ciò in momento in cui la popolazione “non bianca” italiana è diventata una realtà statisticamente significativa, che vive questa differenza con una notevole tensione, proprio in quanto minoranza. Ciò è particolarmente evidente in alcuni ambiti, come nel caso di famiglie che hanno adottato un bambino “nero” (e troppo spesso i fallimenti adottivi hanno trovato origine proprio nella difficoltà dei genitori di saper gestire questa diversità), o come nel caso delle classi scolastiche (in cui, in genere, i fenomeni di razzismo vengono relegati con eccessiva facilità, in episodi di “semplice” bullismo).

Officina GRIOT propone un laboratorio in cui questi nodi verranno affrontati da diversi punti di vista, da quello socio-antropologico a quello storico, psicologico, pedagogico. Gli incontri (otto in tutto) saranno curati da Mauro Valeri, sociologo e psicoterapeuta da anni impegnato nella ricerca e nel monitoraggio sui fenomeni del razzismo e della xenofobia. Il laboratorio è stato pensato per coloro che, per curiosità o per interesse professionale, desiderano dotarsi degli strumenti necessari a riconoscere e contrastare efficacemente il fenomeno del razzismo: in particolare, pensiamo possa interessare a insegnanti, giornalisti, operatori sociali, educatori interculturali, genitori di bambini adottivi o cosiddette “coppie miste”, funzionari della pubblica amministrazione, del servizio sanitario, delle forze dell’ordine.

Programma del laboratorio
Nel primo incontro si farà il punto sul ritorno del concetto di “razza” e sui diversi aspetti che ha assunto il razzismo (dal razzismo tradizionale, al razzismo differenzialista).
Nel secondo e terzo incontro si prenderà in esame il pregiudizio razziale, tenendo conto delle principali teorie psicologiche e sociologiche. Il punto di partenza è che, proprio perché inseriti in una società “biancocentrica”, il pregiudizio nei confronti di chi non ha la pelle bianca è per molti versi strutturale. Si prenderà in esame la genesi e il funzionamento degli stereotipi e dei pregiudizi, sia negativi che positivi.
Nel quarto e quinto incontro verrà invece esaminato il concetto di “identità razziale”, alla luce delle principali teorie psicologiche e sociologiche. Si cercherà in particolare di far emergere come questa identità sia una sorta di mediazione (non sempre equilibrata) tra l’identità che la società biancocentrica attribuisce alle persone con il colore della pelle diverso, e ciò che queste persone rivendicano come elemento di diversità positiva. Verranno così individuate le principali tipologie identitarie che contraddistinguono le attuali relazioni interrazziali in Italia, con particolare attenzione anche a situazioni di disagio psichico (come ad esempio la cosiddetta sindrome di Biancaneve).
Nel sesto incontro verrà invece proposto un percorso storico sugli “italiani neri” (black italians) utile a esaminare, anche da un punto di vista storico, le modalità con cui si è venuta a costruire un’identità italiana biancocentrica.
Il settimo ed ottavo incontro verranno invece dedicati alla messa a punto di strategie e pratiche di buona interazione, in un’ottica di pedagogia antirazzista, che purtroppo in Italia è ancora poco diffusa, e che terranno conto delle differenti situazioni familiari e sociali individuate.

MAURO VALERI: sociologo e psicoterapeuta, si occupa da anni di razzismo e di seconde generazioni. Ha diretto l’Osservatorio Nazionale sulla Xenofobia dal 1992 al 1996 e dal 2005 è responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio. Ha scritto numerosi libri sul razzismo nel mondo dello sport (“La razza in campo” EDUP 2005, “Black Italians” Palombi 2007, “Che razza di tifo” Donzelli 2010) e su “black Italians” celebri (“Nero di Roma”, Palombi 2008; “Negro, ebreo, comunista”, Odradek 2010)

Il laboratorio è composto da otto incontri, che si terranno nei locali della Libreria GRIOT tutti i lunedì dalle 20 alle 21.30. L’inizio del laboratorio è previsto per lunedì 12 marzo. Il costo complessivo dei laboratori è di 120 € (più 20 € di tessera associativa).
Per maggiori informazioni contattare Officna GRIOT, info@officinagriot.it, tel. 0558334116

Foto: Presidenza della Repubblica 

Giornata delle memorie… migranti

Officina GRIOT segnala con enorme piacere questa bellissima iniziativa in programma per la Giornata della Memoria. Il 27 gennaio, nella giornata che “commemora la memoria”, in cinque città italiane – Milano, Napoli, Roma, Verona e Venezia – l’Archivio delle memorie migranti presenta documentario “Benvenuti in Italia”. Un lavoro corale, realizzato da Aluk Amiri, Hamed Dera, Hevi Dilara, Zakaria Mohamed Ali e Dagmawi Yimer per valorizzare le memorie dei migranticon l’obbiettivo di offrire percorsi diversi di comprensione, conoscenza e condivisione che contrastino quelli esclusivamente securitari e improntanti alla perenne emergenza con cui troppo spesso si guarda al fenomeno dell’immigrazione. Il documentario è il risultato dello sforzo congiunto di un gruppo di persone e associazioni da tempo attive nella lotta contro tutte le forme di razzismo e nella elaborazione di forme nuove di accoglienza. Ecco di seguito le date e i luoghi delle proiezioni nelle cinque città:

Roma
Ore 20.30, Piccolo Apollo
Via di Conte Verde 51
Con: Hevi Dilara, Saba Anglana, Monika Bulai, Giulio Cederna, Beritan Baris Encu, Theo Eshetu, Ali Baba Faye, Agostino Ferrente, Aline Hervé, Renaud Personnaz, Giovanni Piperno, Alessandro Portelli

Milano
ore 20.00, Institut Français Milano, Corso Magenta 63
Con: Zakaria Mohamed Ali, Mohamed Ba, Monica Bandella, Mihai Mircea Butcovan, Abdulkadir “Dadir”, Milton Fernandez, Lizi Gelber, Sara Honegger, Pap Khouma, Vanessa Lanari, Maria Stefananche

Napoli

Ore 19.00, Cinema Astra, Via Mezzocannone 109
Con: Hamed Dera, Margherita Bambara, Alassane Doulougou, Basil Sanou Omar, Alessandro Triulzi, Alessandro Ventura

Venezia
Ore 16.00, Casa del Cinema, Pal. Mocenigo-S. Stae 1990
Con: Aluk Amiri, Dagmawi Yimer, Bashir Ahang, Pietro Del Soldà, Gianluca Gatta, Roberto Ellero, Hamed Mohamed Karim, Mahammed Nasir Moqini, Mara Rumiz, Michele Serra

Verona
Ore 20.30, Cinema Teatro Stimate, Via Montanari 1
Con: Dagmawi Yimer, Aluk Amiri, Giancarlo Beltrame, Issa Diallo, Gianluca Gatta, Tommy Kuti, Nell Precious

Seguite l’Archivio delle memorie migranti anche su Facebook!

Qui sotto la locandina dell’evento, con i dettagli di tutte le organizzazioni che, nelle cinque città, hanno collaborato all’evento:

 

Chi l’ha detto che il mal di testa è sempre un male? Sentite Achebe cosa ha da dire

Ecco la traduzione di un articolo apparso sul quotidiano “The Boston Globe”, che racconta dell’ultima (in ordine di tempo) sfida lanciata dal grandissimo scrittore nigeriano Chinua Achebe al potere e alla corruzione nel suo Paese. Lo proponiamo perché ci ha fatto molto riflettere sul ruolo fondamentale che gli intellettuali hanno sempre giocato nell’opposizione al potere e alla sopraffazione, e perché pensiamo che la testimonianza di Achebe – un maestro per il mondo intero – dovrebbe far riflettere tutti gli intellettuali: armati delle loro parole, della loro arte, dei loro pensieri, possono scegliere – e si tratta di una scelta vera e propria, spesso una scelta di vita – di farsi cassa di risonanza per le aspirazioni di milioni di persone che lottano, sperano e soffrono, e spesso non vengono ascoltate.

Secondo il venerando scrittore nigeriano Chinua Achebe, esiste un obbligo morale a “non schierarsi con il potere contro chi non ha alcun potere”. Di recente, l’autore del romanzo “Il crollo” (1958) ha di nuovo dato sostanza alle sue parole, rifiutando uno dei più importanti onori civili del suo paese per la seconda volta in sette anni, in segno di protesta contro la corruzione pubblica. Il suo è un esempio altissimo di come un individuo possa usare la sua fama per chiamare i governi a rendere conto delle loro azioni.

Achebe, che ha 80 anni e insegna alla Brown University di Providence, aveva già rifiutato il premio quando a conferirglielo era stato Olosegun Obasanjo, nel 2004, denunciando l’insicurezza e la corruzione imperanti nel suo Paese, definito un “feudo in bancarotta e senza legge”. Oggi rifiuta lo stesso premio dal nuovo presidente, Goodluck Jonathan, nonostante le riforme rivendicate da quest’ultimo e la buona accoglienza avuta alla Casa Bianca lo scorso giugno.

Achebe ha rifiutato di nuovo il premio perché i problemi “non sono stati né presi in considerazione, e meno che mai risolti”. Forse la Nigeria ha intrapreso oggi un percorso di effettiva modernizzazione sotto la presidenza Jonathan, ma l’atteggiamento di Achebe, che sembra dire “avanti, fammi vedere”, è una voce che chiede ai potenti di essere onesti. Secondo Achebe, il compito di uno scrittore è “far venire il mal di testa”. A 80 anni, Achebe spera ancora che i mal di testa da lui provocati spingano la Nigeria sulla strada delle riforme.

Nella speranza che i libri di questo grande scrittore tornino presto disponibili per il pubblico italiano – attualmente non sono purtroppo previste ristampe – invitiamo tutti quelli che dominano l’inglese a leggere il suo fondamentale “Things Fall Apart” (“Il crollo”), in lingua originale. E’ un capolavoro della letteratura mondiale, un’altissima lezione di umanità e coerenza.

Nota: L’immagine è utilizzata secondo i termini Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license. Foto: Stuar C. Shapiro. Chinua Achebe a Buffalo, durante la manifestazione “Babel: Season 2″.

Ellen, Leymah, Tawakkul: la pace è donna!

Da poche ore sono stati resi noti i nomi delle tre donne vincitrici del Premio Nobel per la Pace 2011. Tre donne, due africane e una yemenita, insignite del prestigioso riconoscimento, a pochi giorni dalla morte di un’altra grande donna, la prima africana a vincere il Nobel, l’attivista per l’ambiente Wangari Maathai. Le motivazioni del premio sono eloquenti: le tre donne sono state premiate “”per la loro lotta non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti di partecipazione delle donne in un processo di pace”.Ma chi sono le tre vincitrici? Come spesso è successo nella storia del Nobel, pochi prima di oggi avevano mai sentito parlare di loro, a testimonianza del fatto che spesso l’attivismo vero è distante dagli onori della cronaca e, soprattutto per quanto riguarda il continente africano, notizie catastrofiche tendono ad esaurire l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Ecco allora le eroine del giorno:

Ellen Johnson Sirleaf è l’attuale presidente della Liberia, prima donna nera al mondo a essere eletta capo di uno Stato, e prima donna eletta come capo di Stato in Africa. Non sono le sue cariche però ad averle guadagnato il Premio Nobel: è piuttosto l’impegno profuso nella pacificazione del suo Paese, devastato da anni di guerra civile e soprattutto nella difesa dei diritti delle donne, un impegno che l’ha accompagnata per tutta la vita e che è sempre stata al centro della sua agenda politica. Tra qualche giorno Ellen chiederà ai liberiani di riconfermare la fiducia nel suo operato, in nuove elezioni che si spera si svolgeranno senza traumi per il Paese.Connazionale di Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee è la seconda vincitrice del Nobel 2011 per la Pace: attivista per la pace, animatrice di un movimento – il Women of Liberia Mass Action for Peace – che ha contribuito a mettere fine alla guerra civile in Liberia. Armata con altre migliaia di donne della forza della nonviolenza, Leymah è stata con il suo  movimento protagonista, nel 2003, di vaste manifestazioni pacifiste contro l’allora presidente Taylor: la loro protesta incluse anche uno “sciopero del sesso”, un modo per responsabilizzare le donne e renderle protagoniste della lotta politica e del cambiamento. Da poco ha dato alle stampe la sua autobiografia, “Mighty be our powers: how sisterhood, prayer, and sex changed a nation at war”, speriamo presto tradotto anche in italiano.

La terza premiata è giovane, appena 32 anni: si chiama Tawakkul Karman, è yemenita, e dal 2005 guida il Women Journalists Withoud Chains, un’associazione umanitaria che si batte per la fine del regime yemenita di Saleh, che negli ultimi mesi ha scatenato una violenta repressione contro le migliaia di yemeniti scesi in piazza sull’onda delle Primavere Arabe per chiedere il cambiamento.

Tre volti, tre donne, tre storie che raccontano una storia diversa da quelle a cui siamo abituati: il cambiamento non è fatto solo di politica al maschile, quella roboante e spesso dal grilletto facile, ma spesso anche di lotte meno eclatanti ma più incisive, perché radicate tra la gente lontana dai riflettori. E le donne, di queste lotte, sono spesso le protagoniste silenziose, tenaci, impareggiabili. Era questo lo spirito che aveva animato la splendida campagna NOPPAW – Nobel Peace Prize for Women, promossa da CIPSI e ChiAma l’Africa al grido di “Walking Africa Deserves a Nobel”: il premio collettivo alla metà femminile del continente africano è rimasto un’utopia, ma il Nobel di quest’anno premia comunque l’Africa, premia le sue donne e, nell’anno delle Primavere Arabe, premia il volto femminile di quel vento di cambiamento e rivolta che da mesi spazza l’altra sponda del Mediterraneo.

Un bellissimo segnale dalla fredda Oslo!

NB: la foto usata in quest’articolo è tratta dal sito del Guardian, a cui rimandiamo per i crediti 

Addio a Wangari Maathai

Si è spenta ieri, all’età di 71 anni, Wangari Maathai, ambientalista, attivista e biologa keniana.

Nell’anno in cui la campagna del movimento NOPPAW – Nobel Peace Prize for African Women sta marciando in tutto il mondo per sensibilizzare l’opinione pubblica al ruolo fondamentale delle donne africane nel processo di crescita e pacificazione nel continente africano, GRIOT ricorda la prima donna africana ad essere stata insignita del Premio Nobel per la Pace, nel 2004, per “il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace”.

Wangari Mathaai è stata una donna straordinaria: la prima donna centroafricana ad essersi laureata in biologia nel 1966 presso l’Università di Pittsburg (frequentata grazie al programma “Ponte aereo Kennedy” che provvedeva con borse di studio all’istruzione dei migliori studenti africani), Wangari Mathaai ha lavorato per alcuni anni presso la facoltà di biologia dello stesso ateneo, acquisendo le competenze e la sensibilità che l’avrebbero portata a creare il Green Belt Movement, nel 1977. Il movimento intraprese negli anni novanta una vasta campagna di sensibilizzazione mondiale: la sua preoccupazione principale erano gli effetti sulla natura di un disboscamento selvaggio che stava erodendo piano piano le sterminate riserve naturali dell’Africa centrale. Nel corso della sua esistenza, il movimento ha piantato più di 40 milioni di alberi in Kenya, contribuendo a combattere l’erosione e l’impoverimento del territorio. L’instancabile attivismo ambientalista di Wangari Mathaai ha contribuito a far conoscere la sua causa in tutto il mondo, tanto che nel 2006 fu tra le 7 donne scelte per i loro particolari meriti a portare la bandiera olimpica in occasione dell’inaugurazione dei XX Giochi olimpici invernali di Torino. Wangari Maathai è stata inoltre membro del parlamento keniano e, tra il gennaio del 2003 e il novembre 2005, viceministro dell’Ambiente e le Risorse Naturali nel governo del presidente Mwai Kibaki.

La lunga malattia che già da tempo l’affliggeva l’ha stroncata all’età di 71 anni: la sua eredità è viva nel senso più vero del termine, viva nel verde degli alberi che ha contribuito a far piantare, nella terra che invece di inaridirsi si arricchisce e diventa più fertile, nelle piogge che cadono e nell’aria che si respira. Viva anche nell’opera delle tantissime donne africane che, come lei, ogni giorno in Africa impegnano le loro risorse e i loro talenti per risolvere i problemi del continente cercando una via di pace, di democrazia e di collaborazione che travalichi i confini di status, di genere, di appartenenze culturali e religiose. La Terra è di tutti, ed è la nostra risorsa principale: una vita dedicata alla sua difesa è l’eredità importantissima che Wangari Mathaai lascia a tutti quanti, un testimone da raccogliere, a tutti i costi.

Nota: Le informazioni sulla biografia di Wangari Maathai sono state prese da Wikipedia. L’immagine è utilizzata secondo i termini Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported license. Foto: Martin Rowe

 

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